<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	>
<channel>
	<title>Commenti per .:: Claustrofobia.org ::.</title>
	<atom:link href="http://www.claustrofobia.org/?feed=comments-rss2" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>http://www.claustrofobia.org</link>
	<description>Centro Studi Libertari</description>
	<pubDate>Tue, 07 Sep 2010 09:40:28 +0000</pubDate>
	<generator>http://wordpress.org/?v=2.7</generator>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
		<item>
		<title>Commenti su Dall’anarcaos all’anarcosmos. Il dilemma del prigioniero risolto in due mosse. di Domenico Letizia</title>
		<link>http://www.claustrofobia.org/?p=264&cpage=1#comment-255</link>
		<dc:creator>Domenico Letizia</dc:creator>
		<pubDate>Wed, 06 Jan 2010 09:32:38 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.claustrofobia.org/?p=264#comment-255</guid>
		<description>eq ha posto un quesito, siccome la discussione è lungi dal trovare risposta suggerisco a tutti i passanti di dire la loro riguardo questo articolo di La Conca</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>eq ha posto un quesito, siccome la discussione è lungi dal trovare risposta suggerisco a tutti i passanti di dire la loro riguardo questo articolo di La Conca</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Commenti su Dall’anarcaos all’anarcosmos. Il dilemma del prigioniero risolto in due mosse. di eq...</title>
		<link>http://www.claustrofobia.org/?p=264&cpage=1#comment-252</link>
		<dc:creator>eq...</dc:creator>
		<pubDate>Sat, 26 Dec 2009 15:54:40 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.claustrofobia.org/?p=264#comment-252</guid>
		<description>Uhm, interessante, però l'ultima parte mi fa venire in mente un vecchio adagio dei comunisti che ho sempre sentito affermare che il comunismo non funzionava perché c'erano degli stati che non erano comunisti.

Affermare che una situazione di anarchia internazionale non può essere gestita dalla mano invisibile del mercato, mi sembra sottendere che se esistessero enclavi volontarie funzionanti come gli stati odierni, oppure se esistessero 6.787.257.817 stati a noi non starebbe bene perché il nostro obiettivo sarebbe ancora lungi dall'essere raggiunto.

Il problema secondo me nasce dall'intenzione dell'autore di dare una soluzione al problema posto da Hobbes, quando invece il problema non necessita di nessuna soluzione semplicemente perché è un non problema, cioè il problema posto da Hobbes non esiste.

In realtà infatti il libertarismo dei giusnaturalisti parte dal presupposto che allo stato di natura la razionalità applicata alla ricerca della felicità, porti l'uomo alla collaborazione, il mercato diventa quindi a mio modo di vedere effetto della collaborazione e non causa della stessa.

Da questo poi nasce la difesa pervicace della libertà in quanto solo la massimizzazione di quest'ultima è in grado di poter ristabilire lo stato di natura.

Lasciatemi dire che le paure che questa concezione genera, il rischio che sembra essere troppo grande in questo modo di pensare è anche il motivo per cui spesso si trovano persone con una determinata concezione religiosa a sostenere certe idee, forse perché per esse il rischio non è mai troppo grande nel momento in cui si crede che lo stato di natura sia frutto della programmazione di un ente con determinate caratteristiche.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Uhm, interessante, però l&#8217;ultima parte mi fa venire in mente un vecchio adagio dei comunisti che ho sempre sentito affermare che il comunismo non funzionava perché c&#8217;erano degli stati che non erano comunisti.</p>
<p>Affermare che una situazione di anarchia internazionale non può essere gestita dalla mano invisibile del mercato, mi sembra sottendere che se esistessero enclavi volontarie funzionanti come gli stati odierni, oppure se esistessero 6.787.257.817 stati a noi non starebbe bene perché il nostro obiettivo sarebbe ancora lungi dall&#8217;essere raggiunto.</p>
<p>Il problema secondo me nasce dall&#8217;intenzione dell&#8217;autore di dare una soluzione al problema posto da Hobbes, quando invece il problema non necessita di nessuna soluzione semplicemente perché è un non problema, cioè il problema posto da Hobbes non esiste.</p>
<p>In realtà infatti il libertarismo dei giusnaturalisti parte dal presupposto che allo stato di natura la razionalità applicata alla ricerca della felicità, porti l&#8217;uomo alla collaborazione, il mercato diventa quindi a mio modo di vedere effetto della collaborazione e non causa della stessa.</p>
<p>Da questo poi nasce la difesa pervicace della libertà in quanto solo la massimizzazione di quest&#8217;ultima è in grado di poter ristabilire lo stato di natura.</p>
<p>Lasciatemi dire che le paure che questa concezione genera, il rischio che sembra essere troppo grande in questo modo di pensare è anche il motivo per cui spesso si trovano persone con una determinata concezione religiosa a sostenere certe idee, forse perché per esse il rischio non è mai troppo grande nel momento in cui si crede che lo stato di natura sia frutto della programmazione di un ente con determinate caratteristiche.</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Commenti su Tengo &#8216;o cuore italiano di Domenico Letizia</title>
		<link>http://www.claustrofobia.org/?p=225&cpage=1#comment-169</link>
		<dc:creator>Domenico Letizia</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 08 Sep 2009 17:29:55 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.claustrofobia.org/?p=225#comment-169</guid>
		<description>L'italia paese definito ''liberale'' che ospita tutti gli illiberali della terra, su questo non fanno distinzione sono sinceramente demogggratici</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;italia paese definito &#8221;liberale&#8221; che ospita tutti gli illiberali della terra, su questo non fanno distinzione sono sinceramente demogggratici</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Commenti su L&#8217;opinione di un Libertarian di Domenico Letizia</title>
		<link>http://www.claustrofobia.org/?p=168&cpage=1#comment-154</link>
		<dc:creator>Domenico Letizia</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 28 Aug 2009 20:03:41 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.claustrofobia.org/?p=168#comment-154</guid>
		<description>ciao vito?
bella delucidazione, tu cosa ne pensi? dicci la tua....</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>ciao vito?<br />
bella delucidazione, tu cosa ne pensi? dicci la tua&#8230;.</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Commenti su Visioni Liberoscambiste, Discussione Letizia - Lanza di luigi corvaglia</title>
		<link>http://www.claustrofobia.org/?p=171&cpage=1#comment-132</link>
		<dc:creator>luigi corvaglia</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 14 Aug 2009 07:36:03 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.claustrofobia.org/?p=171#comment-132</guid>
		<description>A seguito della lettura di questo dibattito, ho scritto a Luciano lanza quanto segue:

_____________________________

Caro Lanza,
ho letto su Cenerentola (104, Giugno 2009) il tuo intervento sul "libero mercato". Veloce e più pregno di interrogativi che di risposte, come dovrebbe essere ogni riflessione. Ne condivido in gran pare la sostanza. Quel che dici, però, mi impone delle notazioni. Alcune, come dicevo,  positive. Innanzitutto, non colgo nella tua risposta al "liberoscambista" Letizia argomenti di pregiudiziale o grave critica all' autopoiesi sistemica che, in mancanza di miglior termine, ci ostiniamo a definire "mercato". Anzi, mi citi il duro e puro Malatesta in una delle sue più chiare manifestazioni di "possibilismo", in una esaltazione dell'idea della libera sperimentazione che sarebbe piaciuta a Warren e Spooner.  

Così, quando esponi le criticità della società di mercato, non posso non concordare con la necessità di una distinzione fra il "luogo del reale" (“creazione sociostorica che accompagna l’uomo nei rapporti con i suoi simili”) e quello dell'"immaginario"  (“concettualizzazione ideologica delle pratiche mercantili”)   riguardo al mercato stesso. Similmente, sono con tutti quelli che ritengono valido l'invito di Castoriadis di rimettere al suo posto, cioè piuttosto in basso, accanto ai secchi ed agli stracci, l'economico. Un'azione che parte proprio dall'immaginario. Il mercato, come uno straccio bisunto, può servire, ma è esteticamente inelegante. Non ne faremmo il centro della nostra abitazione. 

Detto questo, però, qualcosa di irrisolto sembra prendere il sopravvento nel discorso. Questo qualcosa parrebbe avere a che fare con l'antinomia di base inerente la proprietà privata, così come espressa da Proudhon nelle sue due maggiori opere sull'argomento. Essa è “furto” nel 1840, “libertà” nel 1886. 

Preso da questo conflitto, un conteggio dei pari e dei dispari ti fa ovviamente propendere per il Proudhon più giovane. Scelta logica, perché comporta minori aggiustamenti degli assunti di base della personalità "libertaria".   Sennonchè, non credo che la dicotomia alla quale fai riferimento esista realmente. Tu dici  che il Filosofia della miseria del francese è, si, preceduto dal famosissimo Che cos’è la proprietà  - in cui si legge il noto aforisma che campeggia su muri e T-shirts -, "ma" è seguito da La teoria della proprietà. "Ma". Con ciò proponi  l'idea di due Proudhon. Per quanto la cosa rientri nelle legittime opinioni di ognuno, devo dire che mi sento di contestare fortemente questa diffusa idea che mi pare balzana quanto il mito del falso McCartney che avrebbe suonato nei Beatles dopo la morte del vero bassista. In realtà, io credo, esiste una assoluta consequenzialità negli scritti di Proudhon lungo tutta la sua esistenza.  Semplicemente, egli, da giusnaturalista quale è sempre stato, ha criticato nel 1840 qualunque giustificazione della proprietà in termini di diritti naturali. Da quel punto di vista non regge, è un furto, una violenza, una espropriazione della forza collettiva. Personalmente, sono fra quanti condividono tale concezione. Nel 1886, però, non è più da quel punto di osservazione che egli guarda la cosa, bensì da quello dell'utile. Il "contropotere" costituito dalla proprietà rimane un furto ed una violenza. Egli non ha mai cambiato idea.  Secondo Proudhon, però, se il droit d’aubaine, il "diritto d'abuso"  costituito dalla appropriazione dei mezzi di produzione comporta l’acquisizione indebita da parte del capitalista del plusvalore economico prodotto dalla forza collettiva dei lavoratori, lo stato rappresenta una traslazione su scala immensa di questo furto capitalistico. Un plusvalore politico. 

Preferibile una forza, per quanto ingiusta, distribuita e in concorrenza a  un monopolio della violenza nelle mani dello Stato. Egli scrive: 

Non basta che ( il "cittadino", NdR)   sia libero nella sua persona, ma bisogna che la sua personalità si fondi, come quella dello Stato, su una porzione di materia che possiede in piena sovranità come lo Stato ha la sovranità del demanio pubblico. 

Disarmare tutti non comporta l'abolizione della violenza e del furto prodotto dalla proprietà, bensì l' aumentare di ogni abuso, di ogni violenza, di ogni furto. Proudhon, nota, con sorprendente anticipo sugli studi del secolo successivo, come laddove manchi la proprietà privata può ritrovarsi solo il dispotismo. Queste nozioni di buonsenso, mi sembra, nulla hanno a che vedere con la cultura e l'immaginario della società dei consumi. Si tratta,  invece, della individuazione  delle condizioni, tutt'altro che sufficienti, ma senz'altro necessarie, atte a garantire l'autonomia di base degli individui nel mondo del reale. L'economico rimane relegato con gli stracci sotto al lavandino. 

Nè si capisce quale sarebbe l'aternativa possibile all'utilizzo del libero scambio fra liberi individui sulla base di incentivi assolutamente personali, visto anche che non sfugge al lettore il sorrisetto di sufficienza che giustamente riservi  all'idea dell' "economia partecipativa" del povero Albert che, come noti, prevede un centro aggregatore e decisionale che costituisce  "il luogo", il noumeno, la sostanza della statualità e della centralizzazione.

Ora, questo costituisce un punto di grande interesse. Infatti, nell’ambito del pensiero anarchico, lo Stato è sempre stato visto come il guardiano della proprietà privata, la sentinella degli interessi economici della classe dominante. Proudhon, invece, ha posto proprietà e potere sui lati opposti del campo. In totale contrapposizione con tutto il pensiero socialista di derivazione marxista, egli ha evidenziato che 

La proprietà per la sua natura si dimostra così terribile al potere pubblico che questo si sforza di scongiurare il pericolo premunendosi contro di esso. (Teoria della proprietà).

Il modo migliore che il potere ha di premunirsi contro le forze diffuse è quello di accentrare la forza economica nelle mani di minoranze privilegiate strettamente innervate al governo stesso, quando non arrivino a costituirlo. 

“Il mercato attuale crea diseguaglianza e sfruttamento”, scrivi. Certo. Non solo quello attuale, ma qualunque mercato, anche se in forma ridotta rispetto a quello in condizioni di statualità, può generare diseguaglianza. Ma lo Stato non può non generarne! La condizione disegualitaria è l’obiettiva condizione di esistenza dello Stato. Solo conservando la diseguaglianza lo Stato può permettere la sua artificiale sussistenza sostituendo l’organizzazione statale all’organizzazione sociale. Lo Stato è il parassita della società. E’ un estortore della forza collettiva. D’altro canto, l’esistenza dello Stato è condizione del mantenimento della diseguaglianza sociale. Ergo, il nemico è lo Stato. Il capitalismo così come lo conosciamo crolla insieme al Leviatano statale. E’, infatti, la saldatura fra potere e capitale a rendere lo sfruttamento di proporzioni colossali ed è questo processo che ingenera la confusione che permette di vedere lo Stato quale baluardo della proprietà. 

Non si tratta, in altre parole, caro Lanza, di mettere "tanta buona volontà libertaria" all'interno di una cosa illibertaria, si tratta, semmai, di salvagurdare una cosa naturale dalle storture. Si tratta, quindi, di capire  che cosa intendiamo per mercato. Molti intendono il libero mercato ed il capitalismo quali enti reali che agiscono sulla società. Quasi il mercato trascendesse il mondo. Una forma di teismo che personifica l’agente degli scambi economici. Pertanto, proprio come satana è un acceso (!) e sincero teista, così comunisti, anarco-comunisti e altri ossimori sono ferventi credenti nel “capitalismo”. In realtà, ciò che chiamiamo “mercato” altro non è se non la descrizione di un processo a-cefalo di produzione e allocazione di risorse. Quelle che chiamiamo “leggi” di mercato lo sono solo metaforicamente. Non è trascendenza, è immanenza. Dicendo ciò, è facile intendere che i processi di confronto, di scambio, di sperimentazione, di scelta in base ad incentivi e così via includono ben altro che non la semplice la produzione e vendita di beni, investendo l’intera vita sociale degli individui, ognuno unico e dotato di personali idee e preferenze. La scelta del partner non avviene forse in base a personalissime idee ed altrettanto personali gusti ed incentivi? Il  concetto di mercato non ha alcuna parentela esclusiva col mondo delle merci. Riguarda l’universo delle azioni umane in quanto tali. Se il mercato si chiama “mercato” è perché i primi ad occuparsene sono stati gli economisti con riferimento al mondo della produzione, allocazione e consumo delle merci. In realtà, questi studiarono un particolare sistema di regolazione autonoma delle azioni umane applicabile a qualunque tipo di interazione. Il mercato non è un "theos" fuori dal mondo, ma è la descrizione del mondo, un "pan-theos". E la religione sta al panteismo come l’economia sta al mercato. Si può ben relegare l'economico fra gli stracci sotto il lavandino mantenendo il mercato. Il panteismo fa coincidere la divinità con le leggi dell’universo, con l’ordine, la razionalità, il Logos. E’ la descrizione del mondo come sistema. Così il mercato è la descrizione di ciò che avviene autonomamente nei sistemi umani, inclusi quelli economici. Si potrebbe dirsi ostili alla legge di gravità? No. La legge di gravità descrive ciò che avviene ai corpi fisici sul pianeta terra. Poi, volendo, possiamo inventare strumenti per volare.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>A seguito della lettura di questo dibattito, ho scritto a Luciano lanza quanto segue:</p>
<p>_____________________________</p>
<p>Caro Lanza,<br />
ho letto su Cenerentola (104, Giugno 2009) il tuo intervento sul &#8220;libero mercato&#8221;. Veloce e più pregno di interrogativi che di risposte, come dovrebbe essere ogni riflessione. Ne condivido in gran pare la sostanza. Quel che dici, però, mi impone delle notazioni. Alcune, come dicevo,  positive. Innanzitutto, non colgo nella tua risposta al &#8220;liberoscambista&#8221; Letizia argomenti di pregiudiziale o grave critica all&#8217; autopoiesi sistemica che, in mancanza di miglior termine, ci ostiniamo a definire &#8220;mercato&#8221;. Anzi, mi citi il duro e puro Malatesta in una delle sue più chiare manifestazioni di &#8220;possibilismo&#8221;, in una esaltazione dell&#8217;idea della libera sperimentazione che sarebbe piaciuta a Warren e Spooner.  </p>
<p>Così, quando esponi le criticità della società di mercato, non posso non concordare con la necessità di una distinzione fra il &#8220;luogo del reale&#8221; (“creazione sociostorica che accompagna l’uomo nei rapporti con i suoi simili”) e quello dell&#8217;&#8221;immaginario&#8221;  (“concettualizzazione ideologica delle pratiche mercantili”)   riguardo al mercato stesso. Similmente, sono con tutti quelli che ritengono valido l&#8217;invito di Castoriadis di rimettere al suo posto, cioè piuttosto in basso, accanto ai secchi ed agli stracci, l&#8217;economico. Un&#8217;azione che parte proprio dall&#8217;immaginario. Il mercato, come uno straccio bisunto, può servire, ma è esteticamente inelegante. Non ne faremmo il centro della nostra abitazione. </p>
<p>Detto questo, però, qualcosa di irrisolto sembra prendere il sopravvento nel discorso. Questo qualcosa parrebbe avere a che fare con l&#8217;antinomia di base inerente la proprietà privata, così come espressa da Proudhon nelle sue due maggiori opere sull&#8217;argomento. Essa è “furto” nel 1840, “libertà” nel 1886. </p>
<p>Preso da questo conflitto, un conteggio dei pari e dei dispari ti fa ovviamente propendere per il Proudhon più giovane. Scelta logica, perché comporta minori aggiustamenti degli assunti di base della personalità &#8220;libertaria&#8221;.   Sennonchè, non credo che la dicotomia alla quale fai riferimento esista realmente. Tu dici  che il Filosofia della miseria del francese è, si, preceduto dal famosissimo Che cos’è la proprietà  - in cui si legge il noto aforisma che campeggia su muri e T-shirts -, &#8220;ma&#8221; è seguito da La teoria della proprietà. &#8220;Ma&#8221;. Con ciò proponi  l&#8217;idea di due Proudhon. Per quanto la cosa rientri nelle legittime opinioni di ognuno, devo dire che mi sento di contestare fortemente questa diffusa idea che mi pare balzana quanto il mito del falso McCartney che avrebbe suonato nei Beatles dopo la morte del vero bassista. In realtà, io credo, esiste una assoluta consequenzialità negli scritti di Proudhon lungo tutta la sua esistenza.  Semplicemente, egli, da giusnaturalista quale è sempre stato, ha criticato nel 1840 qualunque giustificazione della proprietà in termini di diritti naturali. Da quel punto di vista non regge, è un furto, una violenza, una espropriazione della forza collettiva. Personalmente, sono fra quanti condividono tale concezione. Nel 1886, però, non è più da quel punto di osservazione che egli guarda la cosa, bensì da quello dell&#8217;utile. Il &#8220;contropotere&#8221; costituito dalla proprietà rimane un furto ed una violenza. Egli non ha mai cambiato idea.  Secondo Proudhon, però, se il droit d’aubaine, il &#8220;diritto d&#8217;abuso&#8221;  costituito dalla appropriazione dei mezzi di produzione comporta l’acquisizione indebita da parte del capitalista del plusvalore economico prodotto dalla forza collettiva dei lavoratori, lo stato rappresenta una traslazione su scala immensa di questo furto capitalistico. Un plusvalore politico. </p>
<p>Preferibile una forza, per quanto ingiusta, distribuita e in concorrenza a  un monopolio della violenza nelle mani dello Stato. Egli scrive: </p>
<p>Non basta che ( il &#8220;cittadino&#8221;, NdR)   sia libero nella sua persona, ma bisogna che la sua personalità si fondi, come quella dello Stato, su una porzione di materia che possiede in piena sovranità come lo Stato ha la sovranità del demanio pubblico. </p>
<p>Disarmare tutti non comporta l&#8217;abolizione della violenza e del furto prodotto dalla proprietà, bensì l&#8217; aumentare di ogni abuso, di ogni violenza, di ogni furto. Proudhon, nota, con sorprendente anticipo sugli studi del secolo successivo, come laddove manchi la proprietà privata può ritrovarsi solo il dispotismo. Queste nozioni di buonsenso, mi sembra, nulla hanno a che vedere con la cultura e l&#8217;immaginario della società dei consumi. Si tratta,  invece, della individuazione  delle condizioni, tutt&#8217;altro che sufficienti, ma senz&#8217;altro necessarie, atte a garantire l&#8217;autonomia di base degli individui nel mondo del reale. L&#8217;economico rimane relegato con gli stracci sotto al lavandino. </p>
<p>Nè si capisce quale sarebbe l&#8217;aternativa possibile all&#8217;utilizzo del libero scambio fra liberi individui sulla base di incentivi assolutamente personali, visto anche che non sfugge al lettore il sorrisetto di sufficienza che giustamente riservi  all&#8217;idea dell&#8217; &#8220;economia partecipativa&#8221; del povero Albert che, come noti, prevede un centro aggregatore e decisionale che costituisce  &#8220;il luogo&#8221;, il noumeno, la sostanza della statualità e della centralizzazione.</p>
<p>Ora, questo costituisce un punto di grande interesse. Infatti, nell’ambito del pensiero anarchico, lo Stato è sempre stato visto come il guardiano della proprietà privata, la sentinella degli interessi economici della classe dominante. Proudhon, invece, ha posto proprietà e potere sui lati opposti del campo. In totale contrapposizione con tutto il pensiero socialista di derivazione marxista, egli ha evidenziato che </p>
<p>La proprietà per la sua natura si dimostra così terribile al potere pubblico che questo si sforza di scongiurare il pericolo premunendosi contro di esso. (Teoria della proprietà).</p>
<p>Il modo migliore che il potere ha di premunirsi contro le forze diffuse è quello di accentrare la forza economica nelle mani di minoranze privilegiate strettamente innervate al governo stesso, quando non arrivino a costituirlo. </p>
<p>“Il mercato attuale crea diseguaglianza e sfruttamento”, scrivi. Certo. Non solo quello attuale, ma qualunque mercato, anche se in forma ridotta rispetto a quello in condizioni di statualità, può generare diseguaglianza. Ma lo Stato non può non generarne! La condizione disegualitaria è l’obiettiva condizione di esistenza dello Stato. Solo conservando la diseguaglianza lo Stato può permettere la sua artificiale sussistenza sostituendo l’organizzazione statale all’organizzazione sociale. Lo Stato è il parassita della società. E’ un estortore della forza collettiva. D’altro canto, l’esistenza dello Stato è condizione del mantenimento della diseguaglianza sociale. Ergo, il nemico è lo Stato. Il capitalismo così come lo conosciamo crolla insieme al Leviatano statale. E’, infatti, la saldatura fra potere e capitale a rendere lo sfruttamento di proporzioni colossali ed è questo processo che ingenera la confusione che permette di vedere lo Stato quale baluardo della proprietà. </p>
<p>Non si tratta, in altre parole, caro Lanza, di mettere &#8220;tanta buona volontà libertaria&#8221; all&#8217;interno di una cosa illibertaria, si tratta, semmai, di salvagurdare una cosa naturale dalle storture. Si tratta, quindi, di capire  che cosa intendiamo per mercato. Molti intendono il libero mercato ed il capitalismo quali enti reali che agiscono sulla società. Quasi il mercato trascendesse il mondo. Una forma di teismo che personifica l’agente degli scambi economici. Pertanto, proprio come satana è un acceso (!) e sincero teista, così comunisti, anarco-comunisti e altri ossimori sono ferventi credenti nel “capitalismo”. In realtà, ciò che chiamiamo “mercato” altro non è se non la descrizione di un processo a-cefalo di produzione e allocazione di risorse. Quelle che chiamiamo “leggi” di mercato lo sono solo metaforicamente. Non è trascendenza, è immanenza. Dicendo ciò, è facile intendere che i processi di confronto, di scambio, di sperimentazione, di scelta in base ad incentivi e così via includono ben altro che non la semplice la produzione e vendita di beni, investendo l’intera vita sociale degli individui, ognuno unico e dotato di personali idee e preferenze. La scelta del partner non avviene forse in base a personalissime idee ed altrettanto personali gusti ed incentivi? Il  concetto di mercato non ha alcuna parentela esclusiva col mondo delle merci. Riguarda l’universo delle azioni umane in quanto tali. Se il mercato si chiama “mercato” è perché i primi ad occuparsene sono stati gli economisti con riferimento al mondo della produzione, allocazione e consumo delle merci. In realtà, questi studiarono un particolare sistema di regolazione autonoma delle azioni umane applicabile a qualunque tipo di interazione. Il mercato non è un &#8220;theos&#8221; fuori dal mondo, ma è la descrizione del mondo, un &#8220;pan-theos&#8221;. E la religione sta al panteismo come l’economia sta al mercato. Si può ben relegare l&#8217;economico fra gli stracci sotto il lavandino mantenendo il mercato. Il panteismo fa coincidere la divinità con le leggi dell’universo, con l’ordine, la razionalità, il Logos. E’ la descrizione del mondo come sistema. Così il mercato è la descrizione di ciò che avviene autonomamente nei sistemi umani, inclusi quelli economici. Si potrebbe dirsi ostili alla legge di gravità? No. La legge di gravità descrive ciò che avviene ai corpi fisici sul pianeta terra. Poi, volendo, possiamo inventare strumenti per volare.</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Commenti su L&#8217;idea liberale di mercato distorta dallo stato di Domenico Letizia</title>
		<link>http://www.claustrofobia.org/?p=79&cpage=1#comment-126</link>
		<dc:creator>Domenico Letizia</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 07 Aug 2009 14:31:10 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.claustrofobia.org/?p=79#comment-126</guid>
		<description>pubblico non significa statale.
cosa intendiamo per privato iniziamo da ciò? non lasciamoci ingannare dalle parole, anche mercato suscita terrore, ma cos'è mercato? la parola cane non morde usa spesso dire l'amico Corvaglia, penso sia utile rilfettere su questo detto.

il nostro principio anche di un liberoscambista come me è il possibilismo, non esiste un dato modello fisso che tutti devono seguire, ma ci battiamo proprio per la libertà di gestire, vi è un articoletto intitolato così, poco più sopra, ti consiglio di leggerlo.
saluti,
domenico.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>pubblico non significa statale.<br />
cosa intendiamo per privato iniziamo da ciò? non lasciamoci ingannare dalle parole, anche mercato suscita terrore, ma cos&#8217;è mercato? la parola cane non morde usa spesso dire l&#8217;amico Corvaglia, penso sia utile rilfettere su questo detto.</p>
<p>il nostro principio anche di un liberoscambista come me è il possibilismo, non esiste un dato modello fisso che tutti devono seguire, ma ci battiamo proprio per la libertà di gestire, vi è un articoletto intitolato così, poco più sopra, ti consiglio di leggerlo.<br />
saluti,<br />
domenico.</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Commenti su L&#8217;idea liberale di mercato distorta dallo stato di hyperlinker</title>
		<link>http://www.claustrofobia.org/?p=79&cpage=1#comment-108</link>
		<dc:creator>hyperlinker</dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Jul 2009 01:19:59 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.claustrofobia.org/?p=79#comment-108</guid>
		<description>.


"... per quale irragionevole ragione i cittadini si trovano a chiedere garanzie di reddito alle IMPRESE PRIVATE ... e non invece alle IMPRESE PUBBLICHE? Non dovrebbero essere proprio queste ultime a praticare una economia ben più volta verso la SOLIDARIETA' di quanto possano e riescano a fare le imprese private? Non dovrebbero, proprio le imprese pubbliche, essere basate, anzi, su regole che permettano di dividere fraternamente il lavoro fra tutti coloro che volessero e fossero in grado di svolgerlo?

A vostro stesso avviso, quale delle due economie, quella privata o quella pubblica, dovrebbe maggiormente rispondere alle due esigenze primarie:

1) Quello che c'è si divide.
2) Quello che c'è da fare si fa.

di una famiglia quanto di una comunità? ..."


Tratto da: PIL pubblico &#38; PIL privato
http://www.hyperlinker.com/ars/pil&#38;pil.htm

Un caro saluto,

Danilo D'Antonio



.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>.</p>
<p>&#8220;&#8230; per quale irragionevole ragione i cittadini si trovano a chiedere garanzie di reddito alle IMPRESE PRIVATE &#8230; e non invece alle IMPRESE PUBBLICHE? Non dovrebbero essere proprio queste ultime a praticare una economia ben più volta verso la SOLIDARIETA&#8217; di quanto possano e riescano a fare le imprese private? Non dovrebbero, proprio le imprese pubbliche, essere basate, anzi, su regole che permettano di dividere fraternamente il lavoro fra tutti coloro che volessero e fossero in grado di svolgerlo?</p>
<p>A vostro stesso avviso, quale delle due economie, quella privata o quella pubblica, dovrebbe maggiormente rispondere alle due esigenze primarie:</p>
<p>1) Quello che c&#8217;è si divide.<br />
2) Quello che c&#8217;è da fare si fa.</p>
<p>di una famiglia quanto di una comunità? &#8230;&#8221;</p>
<p>Tratto da: PIL pubblico &amp; PIL privato<br />
<a href="http://www.hyperlinker.com/ars/pil&amp;pil.htm" rel="nofollow">http://www.hyperlinker.com/ars/pil&amp;pil.htm</a></p>
<p>Un caro saluto,</p>
<p>Danilo D&#8217;Antonio</p>
<p>.</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Commenti su L&#8217;opinione di un Libertarian di vitolaterza</title>
		<link>http://www.claustrofobia.org/?p=168&cpage=1#comment-76</link>
		<dc:creator>vitolaterza</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 03 Jul 2009 20:51:31 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.claustrofobia.org/?p=168#comment-76</guid>
		<description>Bell'intervento di Fabio, come al solito lucido e brillante. Le riflessioni sul comunismo originario mi fanno pensare ad una critica più radicale del pensiero libertarian (non rothbardiano) e ad un recupero di Marx (analiticamente parlando): sono sempre più scettico che qualsiasi applicazione ampia del diritto di proprietà possa garantire la libertà degli individui. Come fare per garantire che il libero scambio non si trasformi nel malauguratamente più noto sfruttamento del plusvalore? Quali sono le condizioni che permettono il libero scambio di forza lavoro invece dell'acquisto e 'sfruttamento' del lavoro di un altro e della conseguente alienazione di coscienza e prodotto dal lavorante?
Credo che ci voglia una rielaborazione radicale del concetto di libero scambio e una rivisitazione dell'idea di mercato in chiave anti-autoritaria laddove profitto, sfruttamento e plusvalore siano affrontati come realtà coercitive del capitalismo odierno.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Bell&#8217;intervento di Fabio, come al solito lucido e brillante. Le riflessioni sul comunismo originario mi fanno pensare ad una critica più radicale del pensiero libertarian (non rothbardiano) e ad un recupero di Marx (analiticamente parlando): sono sempre più scettico che qualsiasi applicazione ampia del diritto di proprietà possa garantire la libertà degli individui. Come fare per garantire che il libero scambio non si trasformi nel malauguratamente più noto sfruttamento del plusvalore? Quali sono le condizioni che permettono il libero scambio di forza lavoro invece dell&#8217;acquisto e &#8217;sfruttamento&#8217; del lavoro di un altro e della conseguente alienazione di coscienza e prodotto dal lavorante?<br />
Credo che ci voglia una rielaborazione radicale del concetto di libero scambio e una rivisitazione dell&#8217;idea di mercato in chiave anti-autoritaria laddove profitto, sfruttamento e plusvalore siano affrontati come realtà coercitive del capitalismo odierno.</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Commenti su L&#8217;idea liberale di mercato distorta dallo stato di Domenico Letizia</title>
		<link>http://www.claustrofobia.org/?p=79&cpage=1#comment-21</link>
		<dc:creator>Domenico Letizia</dc:creator>
		<pubDate>Sun, 07 Jun 2009 15:06:54 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.claustrofobia.org/?p=79#comment-21</guid>
		<description>sulla rivista Cenerentola di Giugno è continuato il dibattito, appena sarà possibile riporterò gli articoli, tra gli interventi oltre ad un altro mio articolo vi è un intervento di luciano lanza ed una coclusione di luciano nicolini.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>sulla rivista Cenerentola di Giugno è continuato il dibattito, appena sarà possibile riporterò gli articoli, tra gli interventi oltre ad un altro mio articolo vi è un intervento di luciano lanza ed una coclusione di luciano nicolini.</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Commenti su Archè Anarché di Fabio Rampoldi</title>
		<link>http://www.claustrofobia.org/?p=39&cpage=1#comment-17</link>
		<dc:creator>Fabio Rampoldi</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 05 Jun 2009 20:31:59 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.claustrofobia.org/?p=39#comment-17</guid>
		<description>Ecco... pubblicato l'intervento di Corvaglia</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Ecco&#8230; pubblicato l&#8217;intervento di Corvaglia</p>
]]></content:encoded>
	</item>
</channel>
</rss>
