Riccardo La Conca (riduzione di Luigi Corvaglia)
L’ imprescindibile necessità di costruire interazioni con le altre persone comporta che si sia costantemente immersi in “strutture di rischio”, perché l’ esito di queste interazioni non è mai garantito. Il rischio che ognuno corre fin dalla più basilare e occasionale relazione, non appena si evidenzia come pretesa di cooperazione, è proprio la non cooperazione dell’altro, definita, negli studi sull’argomento, col nome tecnico di “defezione”. Tale condizione viene a crearsi quando uno dei contraenti (si sta, per semplicità, immaginando una interazione minimale fra due persone) ha un più netto interesse a defezionare piuttosto che a collaborare. L’effetto diretto della defezione è di far lievitare i costi della cooperazione. Tutte le interazioni che abbiano un minimo di strutturazione nel tempo possono essere studiate come “giochi” e questi, a loro volta, possono svolgere il ruolo di metafore del comportamento umano. Ogni concorrente, in realtà, è costretto a fare una mossa prevedendo ciò che probabilmente, ma non con certezza, l’altro giocatore farà. Tale previsione consiste, quindi, in una “scommessa” sull’opzione scelta dall’altro partecipante all’interazione. In genere, ad esempio, un marito scommette sulla fedeltà (cooperazione) della moglie, pur operando in una situazione di incertezza, privo com’è di dati certi. Considerato in se per se, lo scambio è un monopolio bilaterale. In esso, gli individui hanno interesse entrambi a scambiare, e quindi devono rivelare la loro disponibilità allo scambio, ma non hanno interesse e neppure, oltre certi limiti, la capacità a rivelare l’intensità delle rispettive preferenze e quindi i loro “tassi di sostituzione marginale” o comunque la loro disponibilità a pagare costi più o meno elevati per effettuare lo scambio.
La situazione-tipo più nota di simulazione della condotta di contraenti coinvolti in una scelta strategica fra opzioni cooperanti o defezionanti è il “dilemma del prigioniero” proposto da Flood e Dresher della Rand Corporation, nel 1950. In tale situazione, ogni attore, all’oscuro della mossa della controparte, è costretto a scegliere una opzione senza sapere quale azione risulterà premiante, essendo il valore della propria opzione una funzione della scelta dell’altro. Il guadagno maggiore, in simili condizioni, premia la scelta defezionante. Nello stato di natura, il dilemma del prigioniero è la norma, quindi è ovunque. Esso è endemico alle relazioni interpersonali, ubiquitario nel mondo degli uomini. E’ a ciò che Hobbes si riferisce definendo lo stato di natura come una situazione di “bellum omnia contra omnes”. Lo stato di natura non è l’armonia degli egoismi, bensì la disarmonia degli egoismi. Il dilemma del prigioniero rappresenta, quindi, una sfida per la teoria libertaria. Esso, infatti, sembra confutare il paradigma dell’individualismo, perché evidenzia che la somma degli interessi individuali non da luogo all’interesse collettivo. Mentre, infatti, il “pagamento d’uscita”, il guadagno finale (pay off) del singolo individuo è più alto quando defeziona che non quando coopera, il pay off collettivo, ottenuto sommando i pay offs individuali, è più alto quando gli individui cooperano che non quando essi defezionano. Del resto, numerosi autori hanno sostenuto che il dilemma del prigioniero è la confutazione del paradigma della mano invisibile (Joan Robinson, Andrew Shotter, Russell Hardin), ossia la faccia malevola (il rovescio) della mano invisibile di cui Adam Smith ci aveva mostrato solo gli aspetti benigni (il diritto). Noi riteniamo, invece, che il passaggio dallo stato di natura al “mercato”, comporti quello dalla dominanza assoluta del dilemma del prigioniero ad una condizione in cui esso è ridotto ai minimi termini. Di più, il passaggio ad un sistema di risoluzione di tali giochi strategici.
Supponiamo, infatti, che vi sia una persona dotata di grandi capacità di valutazione e di calcolo e, nello stesso tempo, assolutamente imparziale e assolutamente degna di fiducia, al punto che gli scambisti le comunicano senza riserve i rispettivi “tassi di sostituzione marginale”. In virtù dell’assoluta fiducia di cui fruisce, da parte dei due scambisti, questa persona è in grado di acquisire dati assolutamente genuini sui “tassi di sostituzione marginale” dei due scambisti. E d’altra parte, in virtù delle sue straordinarie capacità valutazione e di calcolo, questa persona è in grado di elaborare i dati ottenuti in modo da dedurne non semplicemente un punto di mediazione fra le rispettive preferenze, ma bensì un punto di massimizzazione dell’utilità collettiva vale a dire un punto di “ottimo paretiano” (cioè quella condizione in cui è impossibile migliorare la condizione di qualcuno senza peggiorare quella di qualcun altro). Supponiamo che questa persona intervenga in qualità di arbitro nella contrattazione e che, in base alle sue informazioni, fissi un punto di equilibrio al quale i due scambisti massimizzino l’entità e la vantaggiosità del loro scambio. In questo modo gli scambisti sarebbero ancorati ad un punto di riferimento oggettivo, a un parametro. La “situazione strategica” che costringe entrambi a bluffare e a contrattare, si sarebbe tramutata in una “situazione parametrica”. Naturalmente, nella realtà, una simile persona non esiste. Tuttavia, nel mercato, la sua funzione è espletata dal sistema dei prezzi.
Ma come si arriva al sistema dei prezzi? In virtù di quale logica si arriva da un gioco la cui logica porta inesorabilmente dalla defezione a un gioco la cui logica porta altrettanto inesorabilmente alla cooperazione? Come si arriva cioè a una situazione arbitrata impersonalmente? Ci si arriva attraverso un processo che è, a sua volta, arbitrato impersonalmente. In primo luogo il dilemma del prigioniero si trasforma, a livello particolare, in un nuovo gioco, in virtù dell’istituzione della proprietà. L’innesto della proprietà su una situazione strategica del tipo dilemma del prigioniero da luogo allo “scambio strategico” o scambio contrattato che è, a sua volta, un gioco, questa volta del tipo falchi-colombe (si intende con questa definizione un gioco in cui un tipo di giocatore [falco] attacca senza segnalare e, se perde, paga un prezzo, mentre l’altro [colomba] segnala il proprio disagio e, se si ritira, non perde niente).
Anche la proprietà, quindi, è frutto del mercato, il suo primo frutto, ed emerge quale utile strategia dalle interazioni al fine di risolvere lo stallo e rendere possibile lo scambio. E’ evidente infatti che, nella sua versione strategica, lo scambio rappresenta un progresso rispetto alla giungla hobbesiana. La coesistenza di due giochi differenti - vale a dire di due differenti tipi di relazioni umane, fa sì che la gente si orienti verso il gioco più remunerativo, così nella lotta per la sopravvivenza fra giochi diversi, il gioco falchi-colombe tende a estromettere sempre più il gioco dilemma del prigioniero ma la vittoria del gioco falchi-colombe è allo stesso tempo la sua sconfitta: nella misura in cui esso si afferma definitivamente generalizzandosi, esso subisce una mutazione e si trasforma nel gioco del mercato, vale a dire in un gioco colombe-colombe.
Così i primi scambi sono imitati e la superiorità del nuovo gioco diventa sempre più evidente, finché un po’ alla volta il nuovo gioco diventa predominante. Si crea così una catena di effetti: i singoli scambi interagiscono. Un po’ alla volta gli scambisti si rendono conto non solo della superiorità dello scambio rispetto al non scambio, ma anche della superiorità di certi scambi rispetto ad altri scambi[1]. Per quanto riguarda in particolare i termini ai quali si realizzano i vari scambi, vale a dire i prezzi o i tassi di scambio, le interazioni fra i venditori, le interazioni fra i compratori e le interazioni fra compratori e venditori, danno luogo a condizioni generali di scambio, vale a dire a prezzi collettivi. Dagli scambi strategici si è arrivati, step by step, attraverso un “processo” di mano invisibile a un “sistema” di mano invisibile caratterizzato da scambi “parametrici” non più contrattati ma arbitrati dalla regolamentazione impersonale dei prezzi. E’ nato il mercato. Il nuovo sistema sopprime il carattere strategico dello scambio. Gli scambi diventano trasparenti e cessano di essere degli esercizi di tiro alla fune lungo la curva dei contratti[2]. Si ritorna quindi a una situazione di equilibrio a strategia dominante, come nel dilemma del prigioniero. Ma questa volta la strategia dominante non è più DD (defezione-defezione), ma CC (cooperazione-cooperazione). In altri termini la situazione di equilibrio coincide con la situazione di ottimo secondo Pareto. L’interesse individuale e quello collettivo tendono a coincidere. Non ci sono più “esternalità strategiche”[3], Col mercato, la tensione fra individuale e collettivo, che caratterizza il dilemma del prigioniero è soppressa. Il dilemma è finalmente risolto[4].
La mano invisibile e la mano armata
La metafora dell’arbitro ha in comune con la mano invisibile smithtiana e col banditore walrasiano è che si tratta in tutti e tre i casi, di metafore antropomorfiche. Ora le metafore antropomorfiche sono interessanti sotto due aspetti diversi ancorché complementari. Il primo aspetto quello antropomorfico, evidenzia come funziona il mercato; il secondo aspetto, quello metaforico, evidenzia in che modo il mercato si differenzia dallo stato. Le metafore antropomorfiche evidenziano che il mercato si comporta, in un senso importante, come se fosse un essere umano. Il mercato si comporta cioè in modo cibernetico cercando di raggiungere un equilibrio e di conservarlo poi mediante aggiustamenti in virtù dei feedbacks dei prezzi. In altri termini il mercato si comporta in modo autoregolato come se fosse programmato da qualcuno.
Tuttavia le metafore antropomorfiche sono appunto delle metafore. Il mercato si comporta come se fosse programmato da qualcuno, ma non è programmato da nessuno. Non vi è alcuna autorità suprema che presiede ad esso e non vi è nessun piano concertato. Il mercato è “un’anarchia ordinata” (Buchanan), un “ordine spontaneo” (Hayek), un anarcosmos.
Questo punto è assolutamente cruciale perché evidenzia la differenza fondamentale fra il mercato e lo stato. La mano del mercato è una mano invisibile proprio perché è una mano metaforica e non una mano letterale, vale a dire una mano in carne e ossa, mentre la mano dello stato è necessariamente una mano in senso letterale, vale a dire una mano umana ed anzi una mano armata. Tuttavia il carattere metaforico della mano del mercato non significa che il mercato contiene un surrogato della razionalità umana. Il fatto che il mercato funzioni come se fosse programmato ma che in realtà non è programmato non vuol dire che il mercato svolge la sua funzione meno bene di come la svolgerebbero esseri umani e quindi esseri razionali in carne e ossa. Infatti la figura dell’arbitro telepatico implica due caratteristiche, la capacità di conoscere le preferenze di tutti gli individui coinvolti negli scambi e l’assoluta imparzialità, che sono assolutamente irrealistiche se pensiamo a esseri umani in carne e ossa. Qiundi il mercato si comporta sì in un modo autoregolato come gli esseri umani, ma con una capacità di svelare le preferenze degli individui e con un’imparzialità impensabili negli esseri umani.
Ora questa differenza è cruciale perché evidenzia che, mentre il mercato e lo stato cercano entrambi di risolvere il dilemma hobbesiano, il mercato rappresenta una soluzione migliore. Il mercato e lo stato configurano due diversi tentativi di trasportare gli individui dalla situazione strategica dello stato di natura a una situazione parametrica. Il mercato e lo stato cercano entrambi di alterare le matrici dei pagamenti dei giocatori individuali rispetto alle matrici originarie che sono quelle di un dilemma del prigioniero. Mentre, tuttavia, lo stato lo fa penalizzando la strategia della defezione, il mercato lo fa premiando la strategia della cooperazione. D’altra parte il mercato e lo stato cercano di ancorare i comportamenti dei giocatori individuali a parametri oggettivi che si suppone rappresentino l’interesse collettivo. Tuttavia i parametri del mercato - vale a dire i prezzi - si definiscono e si modificano in modo impersonale e si autoimpongono. Per converso i parametri dello stato, vale a dire le leggi, non solo sono concepiti e modificati dagli esseri umani; essi devono altresì imposti da esseri umani. Il che significa che, mentre il mercato trasporta i giocatori da una situazione strategica a una situazione parametrica senza l’intervento di altri giocatori, lo stato riesce a effettuare questa operazione di trasporto solo mediante la creazione di altri giocatori, vale a dire coloro che gestiscono la macchina statale, che danno vita in questo modo a un nuovo tipo di gioco, un gioco in cui alcuni giocatori hanno un potere virtualmente illimitato di penalizzare gli altri - tutti gli altri e non necessariamente i defezionasti - e di premiare se stessi o i propri amici o i propri “clienti” (ai quali questi peculiari giocatori sono in grado di “vendere” qualsiasi tipo di privilegi).
L’illusione hobbesiana è, in questo senso, simile all’illusione marxista. Marx pensava che vi fossero solo due giocatori, la classe sfruttatrice e la classe sfruttata e quindi, nelle società occidentali contemporanee, la borghesia e il proletariato, e che i governanti non potessero essere altro che degli agenti robotizzati al servizio dell’una o dell’altra classe. Analogamente Hobbes pensava che i governanti in cui si sarebbe incarnato lo stato nato dal contratto fra gli individui sarebbero stati dei semplici agenti incaricati di modificare i pay offs degli individui in modo da forzarli alla cooperazione. Per Hobbes, come per Marx, i governanti sono al servizio degli altri e non di se stessi, agiscono cioè in funzione delle preferenze degli altri e non delle proprie (vi sono due differenze: per Hobbes le preferenze soddisfatte sono preferenze individuali, mentre per Marx sono preferenze collettive, vale a dire preferenze di classe; d’altra parte, per Hobbes le preferenze individuali da soddisfare sono le preferenze di tutti gli individui, per Marx le preferenze collettive che i governanti soddisfano sono quelle di n una sub-collettività o, in altri termini, sono le preferenze di una classe e non di tutte le classi. Conseguentemente, mentre per Marx, i governanti sono necessariamente parziali, per Hobbes essi sono neutrali. Come Marx, tuttavia, Hobbes aveva trascurato la possibilità che lo stato diventasse un giocatore in se e per se, con una sua matrice dei pagamenti. In realtà, il potere dello stato di penalizzare i sudditi implica eo ipso il potere di premiare se stesso.
Il dilemma del prigioniero e l’anarchia internazionale
Uno di più drammatici abbagli di Murray N. Rothbard è consistito nell’attribuire una valenza positiva all’anarchia internazionale, vale a dire al trasferimento, sull’arena internazionale, del dilemma del prigioniero. L’anarchia internazionale dimostrerebbe - secondo Rothbard - la non necessità di un’autorità suprema e quindi la possibilità dell’anarchia anche a livello intranazionale. Ora è vero che il mondo è sopravvissuto per millenni in assenza di un governo mondiale. Tuttavia questa situazione può essere difficilmente configurata come anarchia nel senso attribuito a questa parola dagli anarco-capitalisti. E’ chiaro infatti che l’anarchia auspicata e teorizzata dall’anarco- capitalismo non è né l’anarcaos né la semplice lottizzazione di un territorio fra più stati (o fra più bande criminali). Dire che l’anarchia internazionale è l’anarchia teorizzata dall’anarco-capitalismo è come dire che un’eventuale divisione di uno stato esistente in una pluralità di stati configura una situazione di anarchia intranazionale. A parte questo, il fatto che il mondo sia sopravvissuto per millenni a una situazione di anarchia internazionale prova difficilmente la desiderabilità di una tale situazione. Lo stesso Rothbard ci ricorda il triste primato degli stati in quanto a omicidi, stermini e genocidi, un primato di fronte al quale tutti i delitti commessi da individui o da organizzazioni private non sono altro che - per dirla con gli anglofoni -”a drop in the bucket”. Ora è evidente che la maggior parte di questi omicidi sono stati la conseguenza di guerre e che queste ultime sono state, a loro volta, le conseguenze di quella tensione fra i diversi stati che è adombrata nell’espressione ” anarchia internazionale “. Inoltre sempre Rothbard ripropone, reiteratamente, la frase Randolph Bourne ” la guerra è la salute dello stato” . E’ facile vedere perché Bourne avesse ragione, anche se Rothbard, che pure lo cita a più riprese, non ne ha tratto le dovute conseguenze. Non solo infatti l’anarchia internazionale si concretizza molte volte in conflitti fra gli stati; la guerra, o la minaccia o la possibilità della guerra si traducono quasi sempre altresì in un rafforzamento degli stati. Gli stati cadono infatti in una situazione del tipo dilemma del prigioniero in cui sono forzati oggettivamente ad armarsi perché un disarmo unilaterale li esporrebbe alle sanzioni degli altri stati, e poiché questa situazione esaspera altresì le asimmetrie di potere a livello intranazionale, essa si traduce altresì nell’esasperazione del dilemma post-hobbesiano. In una situazione di anarchia interpersonale semplice, vale a dire in una situazione di giungla hobbesiana non aggravata dalla variabile dell’anarchia internazionale, il dilemma del prigioniero può essere risolto dalla mano invisibile del mercato. Come lo stato, il mercato altera le matrici dei pagamenti degli individui e cambia la situazione strategica della giungla hobbesiana in una situazione parametrica. La mano armata dello stato e la mano invisibile del mercato tendono a incanalare gli individui verso la strategia della cooperazione. Tuttavia lo stato lo fa penalizzando la strategia della defezione, mentre il mercato lo fa premiando la strategia della cooperazione. Inoltre, mentre il mercato ingenera dei parametri in modo impersonale (realizzando così effettivamente l’ideale della “rule of law”), lo stato ingenera dei parametri solo attraverso le persone dei governanti e quindi attraverso la comparsa sulla scena non solo di regole (di parametri appunto) ma anche di regolatori e quindi di nuovi giocatori. D’altra parte, poiché una situazione di anarchia internazionale non può essere gestita dalla mano invisibile del mercato, poiché i rapporti fra gli stati non sono rapporti di mercato, una tale situazione ingenera una spirale in cui il dilemma del prigioniero tende a replicarsi come un virus e si produce un labirinto inestricabile di dilemmi del prigioniero.
[1] In questo modo, un po’ alla volta, gli scambisti si fanno concorrenza da una parte all’altra dello scambio. Così, un po’ alla volta, la natura del gioco muta e si passa sempre di più da uno scambio in condizioni di monopolio bilaterale a uno scambio concorrenziale bilaterale.
[2] Si passa così dall’equilibrio di Nash-Edgeworth all’equilibrio di Walras-Pareto.
[3] Ossia, le influenze che una azione produce su altri soggetti senza che questi vengano compensati. Una esternalità è presente quando alcune delle variabili che concorrono a definire la funzione di utilità (o di produzione) di un soggetto sono sottoposte al controllo di un altro soggetto e non esiste un mercato che assegni un “prezzo” a questi effetti. Nel dilemma del prigioniero, le esternalità occorrono sotto forma di rischi. Ogni individuo, perseguendo i suoi fini, crea esternalità sotto forma di rischi e sono questi rischi a creare i dilemmi del prigioniero.
[4] In definitiva, nello stato di natura, gli uomini sono divisi fra loro dalle onde fluttuanti delle “esternalità” strategiche; Il mercato, invece, produce isole parametriche in questo oceano strategico, in quanto vero e proprio sistema di risoluzione dei dilemmi del prigioniero.
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Uhm, interessante, però l’ultima parte mi fa venire in mente un vecchio adagio dei comunisti che ho sempre sentito affermare che il comunismo non funzionava perché c’erano degli stati che non erano comunisti.
Affermare che una situazione di anarchia internazionale non può essere gestita dalla mano invisibile del mercato, mi sembra sottendere che se esistessero enclavi volontarie funzionanti come gli stati odierni, oppure se esistessero 6.787.257.817 stati a noi non starebbe bene perché il nostro obiettivo sarebbe ancora lungi dall’essere raggiunto.
Il problema secondo me nasce dall’intenzione dell’autore di dare una soluzione al problema posto da Hobbes, quando invece il problema non necessita di nessuna soluzione semplicemente perché è un non problema, cioè il problema posto da Hobbes non esiste.
In realtà infatti il libertarismo dei giusnaturalisti parte dal presupposto che allo stato di natura la razionalità applicata alla ricerca della felicità, porti l’uomo alla collaborazione, il mercato diventa quindi a mio modo di vedere effetto della collaborazione e non causa della stessa.
Da questo poi nasce la difesa pervicace della libertà in quanto solo la massimizzazione di quest’ultima è in grado di poter ristabilire lo stato di natura.
Lasciatemi dire che le paure che questa concezione genera, il rischio che sembra essere troppo grande in questo modo di pensare è anche il motivo per cui spesso si trovano persone con una determinata concezione religiosa a sostenere certe idee, forse perché per esse il rischio non è mai troppo grande nel momento in cui si crede che lo stato di natura sia frutto della programmazione di un ente con determinate caratteristiche.
eq ha posto un quesito, siccome la discussione è lungi dal trovare risposta suggerisco a tutti i passanti di dire la loro riguardo questo articolo di La Conca